Boschi, non è (solo) questione di bellezza

Sono due gli spunti che oggi mi hanno convinta che sì, era proprio giunta l’ora di aggiornare il blog: in primis, l’intervento del ministro per le Riforme Maria Elena Boschi domenica sera alla Festa dell’Unità di Firenze. E, in seconda battuta, le “pagelle” della semiologa Giovanna Cosenza sull’uso del corpo da parte dei politici italiani nella loro strategia di comunicazione: da Matteo Renzi a Massimo D’Alema, da Rosy Bindi fino, appunto, a Maria Elena Boschi. Ma andiamo con ordine.

Il ministro Boschi, sostiene Cosenza, è «incapace di gestire la sua bellezza». Un tratto, questo, che la accomuna alle colleghe Marianna Madia e Mara Carfagna. Questa incapacità, però, paradossalmente le fa collezionare più copertine che elogi e pur facendole guadagnare consenso tra l’elettorato  sminuisce il suo ruolo istituzionale. Specialmente fra i commentatori.

Il ministro Boschi ieri sera alla Festa dell'Unità di Firenze
Un’analisi perfetta. Se non fosse che, per la prima volta, l’ho vista in azione. Alla festa dell’Unità alle Cascine, “Maria Elena”, come la chiamano affettuosamente i suoi sostenitori, si è presentata in ballerine, pantaloni neri semplici e blusa a scacchi. Senza dimenticare il boccolo d’ordinanza. Durante l’intervista ha tenuto sempre la stessa posizione: gambe accavallate, microfono in mano ha risposto a tono. Senza muoversi di un centimetro, senza lasciar trasparire sensualità. Per nulla “femme fatal” e, per la verità, molto molto goffa.

È proprio questa la chiave del successo della Boschi: la goffaggine. Da brava ragazza della porta accanto, da “Maria” nel presepe natalizio o da eccellente universitaria tutta casa e chiesa. Uno stereotipo che, se non ammalia accademici ed esperti di comunicazione, di certo convince «le volontarie delle cucine, i tesserati e quanti ci hanno dato fiducia alla Leopolda, a 300 metri da qui», ha detto Boschi.

Lei chiama e il suo popolo risponde. E a loro, agli elettori, poco importa che la giovane sia brava o bella. Non sono queste le categorie, o gli aggettivi, da usare per descriverla. Il ministro è puttosto “rassicurante”: nella figura e nei toni, nel linguaggio e nella retorica. E l’essere goffa è la chiave della sua empatia, la conferma che l’unica cosa da fare è aggrapparsi e fidarsi del “nuovo che avanza”. Che può sbagliare o fallire ma non tradire.

Se Renzi è nemico di Matteo

L’onda lunga del renzismo rischia di infrangersi contro lo scoglio delle amministrative di ieri. I ballottaggi in 65 comuni italiani hanno confermato che prima ancora dell’antipolitica il primo nemico della politica italiana è l’astensionismo. Infatti, in meno di due settimane il partito di chi ha scelto di non votare ha raccolto più di 1 milione di nuovi tesserati. Di questi numeri i professionisti della politica sembra continuino a non tenerne conto. E si aggrappano, come di consueto, all’immagine del pareggio, alla retorica della “sconfitta a metà”, all’ingegnoso quanto abusato artificio che slega il valore di un’elezione politica dalla tornata delle amministrative. Continua a leggere

Divorzio breve, buona la prima.

divorzio_1970-300x222Il divorzio breve è legge da meno di 48 ore. Ma i commenti degli fogli cattolici non si sono fatti attendere. “Incivile traguardo” l’ha definito il quotidiano dei vescovi Avvenire. Di deriva culturale e di «decisione che non corrisponde a una conquista», invece parla il segretario generale della Conferenza episcopale italiana Nunzio Galantino, che affida il suo giudizio all’Osservatore romano. «Bastano sei mesi per cancellare una famiglia», invece, il timore espresso dal settimanale Famiglia Cristiana.

Una sequenza di reazioni preoccupate che due giorni fa, però, non ha impedito alla Camera di approvare con 398 sì (28 no e 6 astenuti) la riforma. L’ok definitivo è arrivato dopo 41 anni dal referendum con cui nel 1974 il 60% degli italiani si dichiarò favorevole alla risoluzione legale del matrimonio. Per ottenere il divorzio i tempi saranno più brevi: non sarà più necessario attendere 3 anni di separazione ma ne basterà uno. Tempo che si accorcia a sei mesi nel caso in cui la separazione sia consensuale.

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